Gay & Bisex
Il vicino - 3
23.09.2025 |
8.572 |
15
"Le carni della donna si contorcevano come se fossero membra scomposte di un’anguilla..."
Il pensiero del cazzo ciclopico di Danilo mi assillò per tutto il pomeriggio.Mi chiusi in bagno come quando ero ragazzino e, inebriato dall’odore virile che ancora avvertivo sul palmo della mano, mi masturbai compulsivamente, richiamando le sensazioni che avevo provato accanto a quell'uomo venuto direttamente dal passato.
“Dio mio”. Pensai. “Sarà così imbarazzante questa sera”.
Ma dentro di me mi sentivo eccitato all’idea di violare il segreto familiare del mio vicino.
Trascorsi la manciata di ore che mi separavano dalla cena a inscatolare gli oggetti di mia madre: abiti, bigiotteria, ninnoli religiosi, rosari e crocifissi. Una quantità infinita di libri e riviste che dovevano averle fatto compagnia negli ultimi anni.
Da Proust alle ricette di Suor Germana.
Osservare che l’esistenza di una persona per me così concreta rifluiva silenziosamente dentro a contenitori piccoli come scrigni con lo stesso abbandono inerme di un fiume che si getta nella foce del mare mi trasmise un senso di smarrimento.
Poi, rovistando tra gli scaffali, lo smarrimento divenne oppressione.
Ingialliti dal tempo e induriti dall’inverno che aveva artigliato le mura di quella casa chiusa trovai i diari di mia madre in fondo a un baule.
Li raccolsi con entusiasmo, immaginando di ritrovarmi tra le mani gli esercizi letterari di quella donna quasi sconosciuta, ma quando ne decodificai il contenuto l’improvvisa intimità con lo spettro della mia genitrice mi turbò a tal punto che li misi da parte, in un angolo del divano, quasi che le pagine fossero cosparse di veleno o coperte di spine e pronte a ferirmi.
Quali rivelazioni avrebbero potuto racchiudere?
Cercai di distrarmi ma non ci riuscivo
“Mmm, il cazzo duro di Danilo”. Riflettevo.
Ma subito il pensiero tornava all’incredibile ritrovamento.
Perché aveva accumulato così tanti quaderni? Quanto tempo ci aveva messo a riempirli?
“Danilo. Mi ha lasciato la foto di noi due sfocati sotto la superficie del lago di seppia”.
E subito dopo mi chiedevo cosa diavolo ci fosse scritto lì dentro?
“Danilo. Danilo. Ha un glande così grosso che a mala pena sono riuscito a contenerlo tra le dita …”
I quaderni, cristo, cosa c’è nei quaderni?
“Danilo! Pensa a Danilo! Ho solo bisogno che mi prenda e mi scopi come se avessimo ancora quindici anni e potessimo ricominciare da capo e avessimo tutta la vita davanti”.
Ma perché il Signore aveva messo quei maledetti quaderni sul mio percorso proprio ora?
Il ronzio delle api che entravano dall’orto e l’odore dolciastro delle bacche di melagrana marcescenti sembravano facilitare questo rimpallo di considerazioni.
Sapevo che sarei impazzito se fossi rimasto ancora a contatto con quella carta stregata così mi allontanai e uscii a comprare una bottiglia di vino.
Il paese era deserto.
La via che risalivo in bicicletta con mio padre, la scuola riconvertita a caseificio dove mia madre aveva lavorato come maestra elementare, la casa dei nonni, rimasta priva di tetto come una bocca senza denti: tutto era uguale a quando ero ragazzo e, allo stesso tempo, tutto era cambiato, ammantato di un’aura quasi spettrale.
Sembrava che il tempo si fosse abbattuto su quel microcosmo con la devastazione di un evento bellico e che la mutazione che registravo si fosse appalesata nel giro di una notte anziché nel ciclo lento di due infiniti decenni.
Quando rientrai il mio umore era migliorato ma i diari erano ancora lì, simili a sirene dentro a un oceano in tempesta.
Respirai profondamente, rassegnandomi all’idea del viaggio mistico che stavo per compiere nella testa e nel cuore di mia madre.
Tra le righe trovai molto meno di quanto avessi immaginato e ne rimasi quasi deluso.
C’erano ricette e appunti di viaggio, pensieri sparsi senza vera ambizione di registrare cronologicamente tutti gli eventi.
Alcune cronache riguardavano vicende che l’avevano maggiormente coinvolta.
La morte di mio padre.
Il parto di mia cugina Rosaria.
Il virus che aveva fermato il mondo e che era arrivato anche nell’ultimo paese della terra.
Molte pagine contenevano preghiere scritte con una calligrafia stretta e ordinata e man mano che le sfogliavo mi rendevo conto che il segno della penna si faceva sempre più debole, come se fosse alleggerito del peso dei giorni, i mesi e gli anni.
Stavo per sorridere dell’emotività alla quale mi ero abbandonato quando dalle pagine irrigidite scivolarono tre foglietti sottili privi di bordi definiti, quasi fossero pensieri vergati su foglie consumate.
Non conoscevo il destinatario di quelle comunicazioni ma sono certo che mia madre le avesse lasciate lì proprio per me.
Sul primo c’era scritto:
“Talvolta mi pare che tu custodisca nel cuore un segreto che non riesci a dirmi. Lo riconosco nei tuoi occhi quando si perdono lontano.”
Sul secondo:
“Ho timore per te. So quanto il mondo può essere crudele con chi non assomiglia agli altri. Vorrei starti accanto, ma non so come fare. Spesso non faccio nulla perché ho paura di non essere all’altezza.”
E infine, sul terzo, le parole più semplici e più difficili:
“Qualunque cosa tu sia, io ti amo. Spero solo che tu sia felice. Dio ti custodisca.”
Un pianto liberatorio mi scosse dal profondo e fece deflagrare le fondamenta dell’anima.
Lei sapeva.
Forse aveva saputo prima ancora che io stesso sapessi.
In un istante le liti e i chiarimenti, le conversazioni e le rivendicazioni, le accuse e le dichiarazioni d’amore rifluirono verso il punto dello spazio-tempo in cui mi trovavo, come elementi di un’espressione matematica che s’avviano nella direzione di un risultato e una storia alternativa, in cui nessuno dei due aveva temuto la verità, prese corpo dinanzi ai miei occhi in una forma troppo materiale per essere sogno.
Ero così scosso che lasciai perdere gli scatoloni. Avrei continuato quella notte.
Mi feci una doccia, lasciandomi scorrere addosso il flusso del passato come se fosse acqua sporca e tornai a Danilo.
Il sapore di menta della sua bocca.
“Che cosa avrebbe pensato mia madre?”
Il rigore eccezionale del suo sesso che pulsava tra le dita.
“Eppure le piaceva Danilo”.
“Me lo devi sbattere in culo”. Avevo mormorato in un istante di eccessivo trasporto. E sono sicuro che sarebbe accaduto quel giorno stesso se solo Elena non si fosse intromessa.
“È così una brava ragazza, diceva mia madre di lei”.
“Ancora una volta saremo destinati a perderci”. Constatai con amarezza.
E dentro di me la vergogna per essermi esposto in modo così scomposto si mischiò a una strana eccitazione.
Lo volevo.
Lo volevo proprio al centro delle mie gambe.
Erano da poco passate le sette quando tirai fuori la bottiglia di vino dal frigo e attraversai la strada.
Speravo che arrivando in anticipo sull’orario concordato avrei trovato Danilo ancora solo, che avremmo potuto parlare di quello che era successo.
Eppure, quando suonai il campanello, non venne fuori alcun rumore.
“Non funziona”. Conclusi. Così spinsi la porta di legno verso l’interno e mi ritrovai direttamente nel salotto.
L’ambiente era moderno, in netto contrasto con l’aspetto rustico della facciata.
Il pavimento bianco rifletteva i raggi del tramonto come una superficie di luce opalescente. Il mobilio era in ghisa e materiali tecnici e un televisore gigantesco occupava quasi metà della parete principale. In un angolo era stata ricavata una piccola postazione da lavoro con un computer a doppio schermo e una pila di hardware infilati uno sopra l’altro. Le mura, invece, erano coperte da fotografie. Paesaggi assolati, dirupi, rocce, vie solitarie.
Il paese era stato ripreso da ogni prospettiva.
Di lato, quasi a narrare una fiaba fotografica, c’era una serie infinita di ritratti di famiglia: quando ancora era fidanzato con Elena ed erano entrambi giovani e attraenti come li ricordavo; il giorno del matrimonio, lei con un abito lungo color panna che evidenziava il petto troppo generoso per essere esibito in quel modo in una chiesa e lui compassato ma bello come mai l’avevo visto.
C’erano poi le foto del mare, insieme al primo bambino e quelle più recenti in un fast-food con il secondo.
“Quanta vita!” Pensai. E una punta di rammarico mi trafisse lo stomaco.
Continuai a guardarmi intorno, ma la casa sembrava deserta.
“Magari è uscito con i bambini”.
L’idea di vagare tra le loro cose mi provocava una strana eccitazione.
Il mio amico d’infanzia, il mio primo amore, l’uomo che avevo quasi soddisfatto quel pomeriggio sul divano di casa di mia madre.
Ebbi quasi l’impulso di aprire ante, porte , cassetti e frugare dentro la loro esistenza, cercare tracce della loro vita sessuale.
Poi desistetti, in un lampo di lucidità, e mi voltai per prendere la via d’uscita quando, dal fondo delle scale, sopraggiunse il rumore insistente di un mobile che sbatteva contro la parete.
Con passo incerto tornai indietro e, attraversato il salotto, feci per svoltare nel disimpegno che conduceva al piano superiore della casa.
Quello che vidi però mi inchiodò dietro la porta della stanza.
Elena aveva il capo reclino sul comò, piegata col busto in avanti sotto al grosso specchio che occupava parte della parete. I grossi seni penzolavano come acini d’uva maturi e Danilo, da dietro, la prendeva con violenza, coi calzoni abbassati fino alle ginocchia e i lombi muscolosi che martellavano con la costanza di un metronomo.
La donna mugolava in modo lascivo, quasi che volesse affogare i sospiri dentro alla carne dell’avambraccio: “Bravo”, diceva, “fammelo sentire fino in gola. Così … così … innaffiamela prima che i ragazzi tornino”.
Lui sembrava molto meno asservito di quanto non avessi creduto poco prima a casa mia.
Con una mano le schiacciava la guancia contro la superficie di legno e con l’altra le ghermiva una minna tormentando il capezzolo come se volesse farlo sanguinare.
I colpi erano duri e profondi. Controllati.
“Solo col cazzo tra le cosce ti calmi tu”. Le disse con tono di rimprovero. “Si”, rispondeva lei. “Me lo devi dare sempre, ah, sempre”.
Non potevo fare a meno di ammirare la potenza del mio amico. L’energia che riversava su di lei ad ogni spinta.
Un desiderio scomposto di provare quegli stessi affondi mi prese in modo improvviso.
Come avrei voluto sentire il peso del sedere di Danilo che s’abbatteva contro di me in equilibrio precario sulle cosce spesse come tronchi.
Cominciai a toccarmi attento a non fare rumore: rimestavo l’insoddisfazione che l’avvicinamento pomeridiano m’aveva lasciato addosso come una macchia di sudore asciutto.
“Non devi sborrare dentro ai calzoni” Dicevo a me stesso. “Dovrai rimanere qui per tutta la cena”. Poi, d’un tratto, distolsi lo sguardo dal bacino di Danilo, come per caso, per seguire in modo disattento il percorso arcuato della curva lombare, le linee morbide delle spalle alle quali avrei desiderato aggrapparmi, e cercai nello specchio il riflesso del suo viso, per ammirare l’espressione scomposta di piacere che indovinavo dal ritmo dei suoi sospiri.
Impallidii.
Il porco mi stava fissando, attento a premere il viso della moglie sul ripiano del mobile perché non s’accorgesse della mia presenza.
“Ti metto incinta un’altra volta”. Disse, rivolgendosi chiaramente alla mia immagine. Socchiudeva gli occhi e si passava la lingua umida sulle labbra socchiuse, lasciando che un denso rivolo di saliva ricadesse sulla fessura aperta della donna.
“Innaffiami prima che tornino i bambini”. Lo esortava lei. “Ti prego …”
Lui sorrise e le colpì la natica con la mano aperta. “Credi non sappia quello che fai, troia?”. Rispose misurato. “Gliel’hai detto a tua madre che se li doveva tenere almeno fino alle otto perché avevi bisogno della minchia … Eh? Gliel’hai detto …?” Elena avvampò come una bambina colta con le mani nella marmellata. “Rispondi cagna”, la incalzò Danilo.
E intanto mi faceva il gesto di abbassarmi i calzoni e mostrargli il culo.
Ero eccitatissimo. Obbedii in silenzio, lasciando che la cerniera dei jeans scorresse lentamente e esibendogli lo spettacolo delle natiche spalancate.
Tenendomi allo stipite della porta mi infilai le dita nel culo e torsi il collo per non perdere il contatto visivo.
Il mio amico puntava i suoi occhi dentro ai miei e mi faceva il segno che avrebbe volentieri riservato anche a me il trattamento che stava dedicando alla moglie.
Le carni della donna si contorcevano come se fossero membra scomposte di un’anguilla.
Mi pareva di sentire ad ogni grido la potenza misurata dei colpi che riceveva.
“Rispondi troia, rispondimi! Tua madre lo sa quanto ti piace fare la puttana?”
Sembrava posseduto, come se avesse bisogno di umiliarla per riscattarsi dalla repressione che costante subiva per mano di lei.
“Glie l’ho detto”. Urlò Elena come se il cazzo le stesse squarciando le viscere. “Glie l’ho detto”.
Stavo impazzendo.
Presi a spingermi tre intere dita su per il retto per fargli capire quando avrei desiderato essere trattato in quel modo.
Poi pensai che avevo bisogno di essere posseduto prima di lasciare il paese per l’ultima volta, che era necessario che il cerchio di quella storia si chiudesse.
“Se verrà ora non ce ne sarà più per me”. Pensai.
E intanto mi tormentavo lo sfintere esasperato dalla mimica oscena del maiale che mi invitava a contemplare le dimensioni e l’aggressività dell’uccello saldamente piantato dentro all’ orchidea bagnata di Elena.
Riflettei velocemente.
Non poteva ridursi tutto a una sega nel culo dietro a una porta.
Una volta appagato il mio compagno di giochi m’avrebbe confinato nel mondo delle fantasie irrealizzate, concreto come può essere un ricordo o un sogno nelle prime ore del mattino.
Così mi ricomposi, sorrisi in direzione dello specchio e seguito dall’espressione interrogativa di Danilo arretrai con passo felpato, fendendo l’aria intrisa dei gemiti spessi della figlia della fornaia. Aprii la porta d’ingresso e poi la richiusi con violenza.
“Ehilà, c’è nessuno in casa”. Tuonai per divellere gli amanti dal guado limaccioso del loro amplesso.
E mentre dal disimpegno percepivo i movimenti frenetici con cui si stavano ricomponendo guadagnai il centro della stanza d’ingresso, cercando di nascondere l’erezione dietro la bottiglia di vino rosso.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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